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I “Rutti” di Morgan contro l’attuale sistema musicale – ANALISI

Analisi sul nuovo singolo di Morgan, presentato in anteprima al Concerto del Primo Maggio

Una canzone diventata un caso ancora prima di uscire. Durante lo scorso Concerto del Primo Maggio, Morgan ha presentato in anteprima un suo nuovo inedito e, come spesso accade, si è preso tutta la scena con quella “Rutti“, provocatoria sin dal titolo, che rappresenta un attacco ironico, ma al tempo stesso amaro, all’industria musicale.

Attacco a una discografia in cui la logica del risultato ha sovrastato qualsiasi velleità artistica

Rutti” è il sentito e personale j’accuse del cantautore milanese nei confronti di un sistema che considera le canzoni e gli artisti più in base al successo che alla reale qualità che c’è dietro (“Si chiama musica, cosa magnifica, che qui confondono con la classifica“) e, quindi, il quadro che ne esce è quello di una discografia in cui la logica del risultato facile ha sovrastato qualsiasi velleità artistica. “E non si accorgono quasi del tutto anzi diciamo, proprio di brutto, che il gergo è campo di nobili costrutti, ma qui si esagera pubblicando i rutti“, canta Morgan in un chiaro riferimento a trap e tormentoni, da lui sempre osteggiati.

A muovere il mercato musicale non sono più le idee, l’arte, la passione, ma solo il denaro dando così vita a un mondo in cui il “merito” è una “parola ipocrita” perchè “a prevalere qui è la mediocrità” e quindi, nella seconda strofa, l’attacco si fa ancora più diretto verso i discografici: “Loro farebbero col diavolo dei patti pur di riuscire a fare i soldi con i rutti“. Condizione che, peraltro, si può allargare ai tanti artisti che oggi rinunciano alla propria identità accettando collaborazioni di dubbio gusto per risultare al passo coi tempi, dando l’idea che il loro primo interesse non sia la musica, ma il conto in banca.

Parte autoreferenziale trasformata in qualcosa di universale che unisce gli artisti osteggiati dal sistema

Nel Morgan di oggi non può mancare la parte autoreferenziale e, così, lo sguardo si sposta anche verso l’ultima esperienza nella giuria di X-Factor, conclusa con il licenziamento dello scorso novembre: “Si chiama mobbing, sputtanamento, quel che succede a tutti in questo momento, si chiama abuso ed è violento quando lavori e ti son tutti contro“. Sarebbe però profondamente sbagliato ridurre questi versi solo a quell’episodio, perché con la parola “tutti” il cantautore vuole trasformare questo concetto in qualcosa di universale.

Abbiamo un mercato monopolizzato dalle piattaforme streaming che, all’inizio, sembravano dovessero aumentare gli spazi per tutti e, invece, li hanno addirittura diminuiti, perché la logica delle playlist aiuta sì parecchi artisti ma ostacola chiunque ne rimanga fuori. Abbiamo i network radiofonici che, nel 2023, hanno portato la percentuale riservata alla musica indipendente ad essere la più bassa di sempre (sotto al 10% su praticamente tutte le radio più ascoltate) e questo è un riflesso anche di ciò che accade a Sanremo: nell’ultima edizione, ben 26 artisti su 30 avevano una major alle spalle.

Persino nei Festival estivi oggi è diventato quasi impossibile arrivarci se non si portano subito in dote numeri e se non si è prodotti da un’etichetta potente: è stato da poco annunciato il cast del Tim Summer Hits e, su 71 artisti finora annunciati, solo quattro sono indipendenti. Un numero irrisorio. È pieno di artisti che, oggi, lavorano avendo tutto contro, senza uno spazio, senza una possibilità, schiacciati da chi si mangia già tutto e vuole mangiare sempre di più, e Morgan qui parla a tutti loro coinvolgendoli in una denuncia verso un sistema in cui sta diventando difficile poter fare musica.

Sguardo amaro ed arreso sull’impossibilità di esprimere la propria identità nell’attuale mercato

L’attacco non si ferma però solo alla discografia e colpisce anche un pubblico che non sa più guardare oltre quello che viene proposto ed è ormai incapace di discernere il talento dalla mediocrità, e qui lo sguardo di Morgan si fa amaro ed arreso: “Se penso all’arte ne ho abbastanza, mi ha rotto il cazz* pure ‘Il cielo in una stanza’, se questa musica per voi è magnifica per me è più bella se va in classifica“. L’unico modo per farsi notare è assecondare ciò che richiede il mercato ed ecco che nel finale arriva quel “Non mi va più di andare contro tutti, signore e signori, ecco a voi i miei rutti!“.

È la condizione attuale dell’artista: portare avanti la propria identità, la propria personalità, il proprio io, significa essere osteggiati. Oggi è richiesta l’omologazione, il motivetto che la gente può subito canticchiare, la cinica immediatezza e quindi anche Morgan si presta a queste volontà. Perché “Rutti” continua a guardare, nelle intenzioni, ai grandi cantastorie del passato (in particolare a Giorgio Gaber e a Fabrizio De Andrè) ma lo fa con un mood diretto, orecchiabile, facilmente memorizzabile. Una canzone che arriva subito e i numeri finora raggiunti danno ragione al cantautore: in una sola settimana il lyric video su YouTube ha superato le 100.000 visualizzazioni, e il brano è subito entrato in rotazione su RTL 102.5 e Radio Deejay. Numeri che sarebbero impossibili da raggiungere oggi per un artista lontano dal mainstream se non cede a qualche compromesso proprio in termini di orecchiabilità.

A stupire di più è però il ritorno in major di Morgan dopo tanti anni proprio grazie a questa canzone. “Dopo 17 anni – ha raccontato il cantautore – torno ad avere un contratto con una major. Mi hanno cercato loro. È una canzone a favore della musica: come insegna Orwell, il sistema promuove il rivoluzionario così localizza la rivoluzione“. Segno, questo, di un sistema che accetta la ribellione portandosela però in casa per controllarla in qualche modo, e questo ci dimostra come oggi sia quasi impossibile per gli artisti ribellarsi a quello che il mercato prevede per loro.

In conclusione

È per tutti questi motivi che “Rutti” è una canzone necessaria per quest’epoca. Non c’è modo più azzeccato per definirla. Era da tanto tempo che si chiedeva a Morgan di rispondere con la sua arte alle tante polemiche che sollevava e oggi l’ha finalmente fatto, presentandoci un’opera d’arte che, in appena due minuti e mezzo, riesce a denunciare con ironia, eleganza e talento tutto il decadimento culturale subito dalla musica negli ultimi anni.

Classe '92, il sogno della scrittura l'ho lasciato per troppo tempo chiuso in un cassetto definitivamente riaperto grazie a Kekko dei Modà, il primo artista ad essersi accorto di me e a convincermi che questa è la strada che devo percorrere. Per descrivere il mio modo di raccontare la musica utilizzo le parole che mi ha detto una giovane cantautrice, Joey Noir: "Grazie per aver acceso la luce su di me quando si sono spenti i riflettori". Non faccio distinzioni tra la musica che è sotto i riflettori e quella che invece non lo è, perchè l'unica vera differenza dovrebbe essere tra musica fatta bene e musica fatta male.