InDARoots presentano il nuovo album ‘Feeling Bleeding Rising Shining‘
‘Changing Worlds‘ è il primo singolo estratto del nuovo album degli InDARoots project che si intitola ‘Feeling Bleeding Rising Shining‘. Questo nuovo lavoro del duo InDaRoots, composto da Gabriella D’Amico e Cristiano Da Ros, abbraccia la lingua inglese, ampliando la propria cifra stilistica in una dimensione di più ampio respiro. Il titolo racchiude la complessa e intima confessione degli artisti sulle emozioni dirompenti, che vengono rielaborate e trasformate in esperienze significative. Nuovo disco per il duo in cui si continua a esplorare la fragilità umana ma con una prospettiva matura.
La scelta dell’inglese, lingua dal lessico più astratto e franco, si dimostra ideale per veicolare emozioni non mediate. Questo permette all’ascoltatore di connettersi agli artisti più sul piano dell’evocazione sonora che su quello razionale della narrazione. È proprio ‘Changing words’ ad aprire l’album, con un’euforia travolgente, descrivendo un amore che trasfigura la realtà. Immagini sinestetiche dipingono un mondo di pura esperienza sensoriale in cui chi ascolta si ritrova immerso, quasi come in un sogno. La traccia svela immediatamente il sound psichedelico che ha ispirato il nuovo lavoro degli InDARoots e apre la strada ai temi cari agli artisti: la forza del desiderio, la bellezza della trasformazione; l’importanza del perdere se stessi per poi ritrovarsi, arricchiti dall’esperienza dell’invasione di sé che ogni amore si porta dietro. Un’invasione che è croce e delizia, crudeltà e bellezza. In ogni caso, meraviglia. Qui l’intervista fatta ai due artisti.
‘Mondi che cambiano‘, quant’è importante la ricerca nel vostro modo di fare musica?
«La ricerca non è un aspetto del nostro lavoro, è il metodo che applichiamo. Partiamo da un vocabolario preciso: la voce, il contrabbasso, ma ci interessa esplorare cosa succede quando queste radici organiche vengono innestate in terreni diversi e in strutture che non appartengono solo al jazz. Ogni brano è un esperimento: come può il contrabbasso smettere di essere solo uno strumento ritmico e diventare un generatore di atmosfere? Come può la voce fondersi con una texture invece di semplicemente sovrastarla?
Senza questa continua sperimentazione sul suono e sulla forma, IndaRoots Projects non esisterebbe. ‘Mondi che cambiano’ ossia ‘Changing Worlds’ è sia il titolo di un brano che parla di come il mondo intorno trasfigura in quella fase iniziale dell’innamoramento che ci fa cambiare gli “occhiali” con i quali lo guardiamo, è anche la nostra dichiarazione di intenti perché per noi la trasformazione è un vero e proprio valore di riferimento, nella musica, come nella vita.»
In che modo nascono le vostre canzoni? Quali sono i vostri riferimenti?
«Dialoghiamo costantemente. Con noi stessi, con il nostro strumento, con i pensieri, con i libri, con il teatro, con mostre artistiche, con la musica che ascoltiamo. Così ci vengono le idee. Un’idea può essere un tema musicale, un groove di contrabbasso, un titolo di una canzone il cui testo ancora non esiste su carta, a volte anche solo una parola che evoca scenari da esplorare.
Su quella base, si inizia a lavorare. Gabriella su linea vocale e testo, Cristiano su armonie, groove e melodie che a volte restano così come sono state proposte da Gabriella, altre volte vengono rimodellate. È un processo circolare e paritario, un vero lavoro a quattro mani. I nostri riferimenti sono i ponti che ci permettono di attraversare generi diversi: la potenza narrativa del jazz di Mingus, l’ambientazione modale di Miles Davis, la psichedelia visionaria di Pink Floyd e Jefferson Airplane, fino alla elettronica organica e umana di artisti come Björk. Non cerchiamo di suonare come loro, ma di assimilare il loro spirito di ricerca per applicarlo al nostro linguaggio.»
In che modo la musica può farci scoprire nuovi mondi?
«La musica è un veicolo di esplorazione molto potente perché bypassa la ragione e parla direttamente all’emotività e al corpo. Non ha bisogno di traduzione. Un suono, un accordo, una texture possono immediatamente trasportarti in uno spazio emotivo nuovo, come un “portale”. Con i nostri brani, cerchiamo proprio di costruire questi “portali” verso mondi sonori, in cui entrare con curiosità e fiducia. ‘In Rainbows’, ispirato al viaggio di Dorothy nel Mago di Oz, ne è probabilmente l’esempio più esplicito: è un brano che descrive musicalmente il passaggio da un mondo oscuro a uno luminoso. La musica non descrive quel mondo, lo crea intorno, permettendo a chi ascolta di scoprire parti di sé, magari non ancora del tutto note, mediate dal paesaggio sonoro che proponiamo.»
Se doveste scegliere due cose, qual è la cosa che salvereste da questo mondo e quella che andrebbe del tutto eliminata?
«Salveremmo, senza alcuna esitazione, la capacità umana di creare bellezza e senso attraverso l’arte, nella sua infinita varietà e senza alcuno scopo ulteriore. È l’atto di resistenza più profondo contro il nichilismo, ciò che dà voce alle nostre ombre e alle nostre luci, e ci connette gli uni agli altri al di là di ogni confine. Elimineremmo, simbolicamente, la paura. Molta della chiusura, dell’odio e dell’incapacità di ascoltare se stessi e gli altri deriva dalla paura di mostrarsi fragili, di mettersi in discussione, di essere toccati, di osservare la vita in tutta la sua meraviglia. Che, tuttavia, intendiamo nel senso etimologico del termine. “Thauma” indicava, per i greci, lo stupore e la meraviglia davanti allo sconosciuto, a tutto ciò che era bello ma anche orribile, a ciò che provocava piacere ma anche dolore o terrore.
La nostra musica, in fondo, parla sempre di questa meraviglia, anche se la declina in maniera diversa a seconda dei temi affrontati nelle varie canzoni. Scrivendo e suonando, celebriamo la forza che c’è nell’abbassare le difese e nell’accettare di vivere la vita assaporandola nella sua interezza, nella sua bellezza, ma anche nel suo orrore.»

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