Folkstone

Folkstone: «’Natura Morta’ è un urlo romantico, in un mondo in cui il romanticismo non c’è più» – INTERVISTA

Natura Morta‘ è il titolo del nuovo album dei Folkstone

Natura Morta‘ è l’ottavo album in studio dei Folkstone, una rock metal band che si forma nel 2004 da un’idea di Lorenzo Marchesi, frontman della band. Ciò che rende unica questa band è la miscela esplosiva tra strumenti antichi quali: cornamuse, arpa, flauti, bouzouki, ghironda e la granitica base rock/metal di basso, chitarra e batteria. Il cantato è interamente in italiano ed i loro testi sono ricercati e coinvolgenti tra il narrativo, l’interiorità ed il sociale.

Natura Morta‘ è un doppio album dall’animo malinconico e sincero, ma anche potente e vibrante di energia. Il disco si arricchisce della partecipazione di importanti featuring con artisti come i Modena City Ramblers in ‘Fragile‘, Trevor Sadist in ‘Mediterraneo‘, Daridel in ‘Mala Tempora Currunt‘ e i Punkreas in ‘La Fabbrica dei Perdenti‘. La loro naturale dimensione è sin dall’inizio il puro live dove riescono ad esprimere, tramite un’attitudine punk, tutta la loro potenza ed espressività maturata attraverso centinaia e centinaia di live in Italia ed Europa. Vado al locale Germi a Milano per incontrare gli artisti in occasione della presentazione alla stampa del loro nuovo lavoro discografico.

Un album doppio, mi ha subito incuriosito il titolo ‘Natura morta‘, a cosa è dovuto?

«’Natura morta’ già ci piaceva come suono, ci piaceva come suona e non so perché ci dava anche un senso di decadenza, abbiamo scritto il brano ‘Natura morta’ e lo abbiamo subito accostato alla famosa natura morta di Caravaggio, abbiamo pensato a quei colori, a quell’atmosfera, la luce, volevamo richiamare anche quella».

Molto interessante anche la copertina. Com’è nata?

«Da sempre collaboriamo con un artista, lui è Jacopo Berlendis, dalle prime demo che abbiamo fatto nel 2007, ha sempre dipinto le nostre copertine. Lui è cresciuto con noi, noi siamo cresciuti come musicisti e lui è cresciuto come artista, adesso espone quadri. Questa copertina è un dipinto, gli avevamo passato il brano, perché da sempre funziona così, gli diamo un brano, lui ci fa uno schizzo a matita al volo, noi gli diamo due dritte e poi lui realizza l’opera. Ha centrato in pieno esattamente il tema, è un nostro amico, ci conosce anche come persone, per come siamo. Quando abbiamo visto questa copertina abbiamo pensato fosse la copertina più bella che abbia mai fatto fino ad ora. Abbiamo fatto otto album, qui secondo noi ha superato sé stesso».

C’è una certa coerenza tra le tracce, questa cosa mi ha molto colpito, quasi non percepivo si passasse da una traccia all’altra, a quale scelta artistica è dovuta questa continuità?

«In realtà non c’è una continuità voluta, non è un concept album in cui pensi ci possa essere un filo conduttore esatto, le canzoni parlano di temi specifici. Se vuoi trovare un filo conduttore è proprio quello che ci siamo detti, il nostro è un po’ un urlo romantico in un mondo in cui il romanticismo non c’è più. Siamo partiti da lì, anche un lavoro discografico con sedici pezzi è un lavoro che non fa più nessuno, non sono tutti inediti ma dodici lo sono, il filo conduttore sta nell’avere uno sguardo sulla vita abbastanza disilluso, però romantico. Qualcosa che ci manca, mi viene in mente, tornando alla natura morta, un vaso di fiori secchi».

Suonate insieme da vent’anni, cosa è cambiato nel vostro modo di fare musica?

«È cambiato il modo in cui si ascolta la musica, il modo in cui è prodotta. È cambiato il modo di essere veicolata, è un po’ modificato tutto il mondo musicale. Si è partiti dalla sala prove dove nascevano i pezzi, ad avere la tecnologia. Vent’anni sono tanti, ma noi siamo ancora alla vecchia maniera. Oggi c’è la possibilità di avere delle sovra incisioni anche personali rispetto a prima, prima era più complicato, bisognava essere almeno in tre o quattro per riuscire a fare musica d’insieme, non era così semplice. Adesso uno può anche partire da solo e cominciare a costruire un approccio alla canzone, una base, anche se suonata, ma sovra incisa, da solo con un semplice pc, quindi c’è una bella differenza».

Qual è la traccia che più vi rappresenta?

«Senz’altro ‘Natura morta’ è il brano che per eccellenza racchiude il cuore del significato dell’album, della produzione. Ad oggi che scriviamo i pezzi siamo in tre, io, la Roby e Maurizio, lui è un polistrumentista, la preponderanza della parte musicale è sua, ogni tanto anche io scrivo qualcosa nei pezzi, io e Roby chiudiamo il ciclo con la scrittura dei testi. Di solito noi partiamo dalla musica, anche se non sempre è così, però avviene il più delle volte. Abbiamo le musiche, un certo tipo di sonorità, quelle ci rimandano a un argomento. Il gioco che ci piace fare è che una musica evoca certi sentimenti, certe emozioni, tu le elabori e le rendi tangibili tramite le parole».

Siete pronti anche per cominciare coi live.

«L’aspetto live è parte integrante di questo progetto, noi siamo una live band, non so quanti centinaia e centinaia di concerti abbiamo fatto. Per questo nuovo tour partiamo da un palco come quello del Legend di Milano perché è un locale accogliente, abbiamo come voluto creare nella scenografia la taverna dei Folkstone, qui facciamo tre date che tra l’altro sono tutte sold out, la cosa ci fa molto piacere, è bello il contatto diretto che si riesce ad avere col pubblico. Questo live è un po’ il nostro ritorno alle origini».

Antonino Muscaglione, nasce a Palermo nel 1976. Da sempre appassionato di disegno, attento a dettagli, per altri, non rilevanti. "Less is more", avrebbe scoperto in seguito, diceva Mies Van Der Rohe. Consegue la Laurea in Architettura nella Facoltà d'Architettura della sua città. Vive in Lombardia, si divide fra progettazione architettonica e insegnamento. Denominatore comune delle sue attività è la musica, da sempre presente nella sua vita. Non può progettare senza ascoltare musica; non può insegnare senza usare la musica come strumento di aggregazione.