Cesare Pizzetti presenta il nuovo album ‘Make it happen‘
‘Make it happen‘ è il nuovo album di Cesare Pizzetti, musicista poliedrico noto per il suo stile versatile e personale che ha forgiato attraverso collaborazioni in generi diversissimi: dal jazz al pop, dall’hip hop al cantautorato, lavorando con artisti del calibro di Tullio De Piscopo, Arthur Miles, Bassi Maestro, Colle Der Fomento Fabio Ilacqua e molti altri. In questo nuovo lavoro Pizzetti è affiancato da un ensemble di spicco della scena jazz italiana: Maxx Furian alla batteria; Tullio Ricci al sax tenore; Leo Dalla Cort al pianoforte e tastiere. L’album si arricchisce della partecipazione di Flavio Boltro, trombettista di fama internazionale, ospite nei tre brani conclusivi. Il suo suono inconfondibile conferisce energia e raffinatezza al progetto.
‘Make It Happen‘ incarna lo spirito del progetto: la necessità di trasformare l’ispirazione in azione, un invito a dare voce all’urgenza creativa senza rimandare. L’opera celebra la forza dell’interplay, la scrittura consapevole e la libertà del jazz, confermando Cesare Pizzetti come un artista con una voce autentica e personale. Sento Cesare Pizzetti per farmi raccontare com’è nato questo nuovo disco e della forza della musica, in particolare quella jazz.
Ciao Cesare, come stai? “Make It Happen” è già di per sé un invito ad agire. Cosa ti ha spinto a scrivere questi brani?
Tutto bene grazie e spero anche tu. Questi brani nascono da un’urgenza molto chiara: il bisogno di non rimandare. Scrivo musica quasi ogni giorno anche solo per esercizio, ma a un certo punto ho sentito che alcune idee chiedevano di diventare qualcosa di concreto, di uscire dal cassetto. La scintilla è arrivata dall’incontro e dalla collaborazione con Maxx Furian: scrivere pensando a lui, al suo suono e alla sua energia, mi ha spinto a trasformare l’ispirazione in azione. “Make It Happen” è proprio questo: far accadere le cose nel momento in cui si presentano, prima che si disperdano.
Per me è sempre difficile intervistare un artista che pubblica un album strumentale, è come se la musica necessitasse di maggiore tempo d’ascolto per poter essere recepita, per potere entrare nel mood giusto dei brani. Qual è per te il messaggio che può comunicare un brano strumentale?
Un brano strumentale comunica senza passare dalle parole, e forse proprio per questo lascia più spazio a chi ascolta. Non dà una direzione unica, ma apre possibilità. Ognuno può entrarci con il proprio vissuto, con il proprio tempo e il proprio stato d’animo. Il messaggio non è qualcosa di dichiarato, ma un’esperienza: un’emozione, un’immagine, una sensazione. Per me la musica strumentale è un invito all’ascolto profondo, a stare nel momento, senza la necessità di spiegare tutto.
Come fai a scegliere il titolo di un brano strumentale?
Il titolo arriva quasi sempre dopo. È come se la musica mi suggerisse le parole giuste solo quando ha già preso forma. A volte nasce da un’immagine, altre da un ricordo, altre ancora da una sensazione precisa vissuta mentre scrivo o suono il brano. In alcuni casi, però, accade il contrario: la composizione parte proprio da un titolo o da un concetto, da un’idea che funziona come una direzione emotiva e narrativa da seguire. In ogni caso, il titolo non è mai un’etichetta descrittiva, ma una chiave di accesso, un modo per accompagnare l’ascoltatore dentro l’atmosfera del pezzo.
Mi piace chiedere agli artisti che intervisto per la prima volta qual è il ricordo che hanno della musica da piccoli. Quando hai capito che sarebbe diventato il tuo lavoro?
Il mio primo ricordo è legato a mio padre, che era un bravissimo trombettista. È stato lui ad avvicinarmi alla musica, ed è con la tromba che ho iniziato. Da lì è stato un percorso naturale: prima la chitarra classica, poi la scoperta del basso elettrico a quindici anni, che mi ha aperto le porte della musica moderna, e infine il contrabbasso. Non c’è stato un momento preciso in cui ho “deciso” che sarebbe diventato il mio lavoro: semplicemente, a un certo punto, ho capito che non poteva essere altro.
A proposito delle tue tracce, mi piace il concetto del “lasciare andare” reso esplicito nell’ultima traccia. Quanto è importante questo concetto in un arrangiamento jazz?
È fondamentale. Nel jazz, “lasciare andare” significa fidarsi del momento, degli altri musicisti, del flusso del brano. Puoi preparare tutto nel dettaglio, ma poi devi essere disposto a mollare il controllo. In “Lascia Andare” questo concetto è sia musicale che umano: partire da una zona più scura e permettere alla musica di aprirsi, di respirare, di trasformarsi. È lì che succede qualcosa di vero, quando smetti di trattenere e lasci che il suono trovi la sua strada.
Si può dire arrangiamento jazz, o il jazz è qualcosa che va oltre la forma che dai a un brano?
Si può parlare di arrangiamento jazz, certo, ma il jazz va decisamente oltre la forma. È un’attitudine, un modo di stare nella musica. La forma è importante, la scrittura anche, ma il jazz vive soprattutto nello spazio che lasci all’imprevisto, all’interplay, all’ascolto reciproco. È un linguaggio che prende senso nel momento in cui viene suonato, nel dialogo tra le persone. Ed è proprio questo che continuo ad amare del jazz: la sua capacità di restare vivo, ogni volta diverso.






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