Andromeda

Andromeda: «’Luna sotto Venere’ è un inno alla vita e alla leggerezza» – INTERVISTA

Andromeda presenta ‘Luna sotto Venere

Luna sotto Venere’ è il nuovo singolo di Andromeda, un brano che chiude il cerchio dell’artista romagnolo. Questo nuovo singolo rappresenta un importante punto di arrivo di un percorso di crescita personale, con la consapevolezza che “essere se stessi è la rivoluzione più grande”, frase che Andromeda usa per chiudere il video della sua canzone. ‘Luna sotto Venere‘ è un brano fresco ma potente, la sua musica arriva subito, un arrangiamento trascinante che strizza l’occhio al pop che più ci piace, quello esploso negli anni ’80.

La canzone è un brano che si distingue per un sound particolare, che pur restando nel solco pop-dance, richiama anche le atmosfere elettroniche dei Daft Punk. Ed è proprio al commento di un suo fan che gli scrive quasi in tono polemico: «leggermente” ispirato ai Daft Punk, eh?», lui risponde: «La musica è fatta di contaminazione, anche da artisti storici che hanno influenzato il nostro percorso».

Ciao Manuel, o devo chiamarti Andromeda? Mi piace che con questo brano tu metta un tassello al tuo percorso artistico e personale. Chi è Manuel oggi?

«Sicuramente partendo da Manuel, dal lato umano, sono cresciuto molto, ho avuto difficoltà e grazie alla musica mi sono risollevato. Perché ho avuto un picco di down nel 2020 quando c’è stata la pandemia, non capivo chi ero e cosa volevo fare, dopo c’è stato il cambiamento e la scoperta. Pensa che Andromeda è un nome che viene dai personaggi dei Cavalieri dello Zodiaco, un personaggio senza un’identità sessuale definita, era quella libertà, diciamo così, senza etichette. L’allontanamento dalla musica è stato determinato dal fatto che non capivo chi ero».

Cosa vuoi raccontare con ‘Luna sotto Venere’? Com’è nato questo brano?

«Il titolo nasce in sala d’incisione, doveva chiamarsi solo ‘Venere’, poi è saltata fuori la frase “luna sotto venere”, suonava bene e ricopriva quello che è stato il mio percorso personale. È la chiusura di questo percorso, la luna è la parte emotiva e Venere la parte di amore, bellezza e armonia».

Quanto sono importanti le parole e quanto è importante la musica?

«La musica è molto importante perché mi fa stare bene, toglie la pesantezza della quotidianità. Le parole sono dirette e la musica è molto leggera, per comprendere al meglio quello che uno vuole esprimere. Ho scritto per me stesso ma credo di aver affrontato temi in cui altri si possano ritrovare. C’è chi parla ad alta voce per far vedere la sua diversità, io ho un’idea sul concetto di diversità: io non mi sento diverso da nessuno, la diversità, intesa come un problema, è negli occhi di chi guarda».

Come nascono le tue canzoni? Di cosa ti nutri?

«Le canzoni sono nate un anno e mezzo fa, le ho scritte e le ho lasciate nel cassetto, è da un anno che lavoro al disco. La scrittura è stata una liberazione, sono un timido e a volte mi viene difficile costruire discorsi, questa cosa mi imbarazza molto. Nel bene e nel male sono questo. Gli artisti a cui mi ispiro sono Dua Lipa, The Weeknd, Calvin Harris, Sabrina Carpenter e Cher, artisti capaci di unire modernità e impatto internazionale a testi che sanno parlare al pubblico in modo diretto».

Molto interessante anche il videoclip di ‘Luna sotto Venere’, dà l’idea di come potrebbe essere un tuo concerto.

«Grazie, è stato girato all’interno del Teatro Verdi di Cesena, rappresenta la piena liberazione di Andromeda, è un inno alla spensieratezza, alla leggerezza ritrovata e al coraggio di mostrarsi per ciò che si è, senza più filtri o paure. È un vero e proprio viaggio che inizia con l’introspezione, mi osservo allo specchio e dialogo con me stesso, in un confronto silenzioso tra ciò che sono e ciò che ho scelto di diventare.

Questo momento di riflessione conduce alla rinascita, evocata dalle sequenze di una danza solitaria, mi piace l’idea che la libertà prenda forma attraverso il corpo. A seguire, viene celebrata la libertà individuale, raccontata dalle scene in cui le ballerine danzano da sole in diverse ambientazioni, ognuna immersa nella propria dimensione emotiva, come simbolo di autenticità e di abbandono alle proprie verità. Il culmine del racconto, e momento finale, è la condivisione, nel frangente corale in cui io e il gruppo ci ritroviamo a ballare insieme, trasformando il palco in una festa collettiva, insomma un inno alla vita e alla leggerezza».

Antonino Muscaglione, nasce a Palermo nel 1976. Da sempre appassionato di disegno, attento a dettagli, per altri, non rilevanti. "Less is more", avrebbe scoperto in seguito, diceva Mies Van Der Rohe. Consegue la Laurea in Architettura nella Facoltà d'Architettura della sua città. Vive in Lombardia, si divide fra progettazione architettonica e insegnamento. Denominatore comune delle sue attività è la musica, da sempre presente nella sua vita. Non può progettare senza ascoltare musica; non può insegnare senza usare la musica come strumento di aggregazione.