Leo Pesci pubblica ‘Unsapiens‘
‘Unsapiens‘ è il nuovo album di Leo Pesci, un lavoro che esplora in profondità le contraddizioni della società moderna, nei suoi contenuti offre una critica sociale ricca di sfumature e sensibilità. Leo Pesci affronta temi universali come l’alienazione causata dalla vita capitalista, la discriminazione storica del Sud Italia e l’ipocrisia delle strutture di potere, nella sua musica mescola la tradizione musicale napoletana con influenze moderne di soul, hip-hop, funk e nu-jazz.
L’intero album è stato scritto in lingua napoletana, una chiara dichiarazione di appartenenza e valorizzazione di una cultura millenaria. Il disco è il risultato di una collaborazione con alcuni dei più interessanti talenti emergenti della scena partenopea, tra cui Gianmaria Salerno, Viscardi, Giada De Prisco, Greg Rega, Angelo Cioffi, Gabriella Di Capua e Dani Diodato. Le tematiche affrontate includono le disuguaglianze generate dal capitalismo, l’emigrazione, il rapporto tra antropologia e religione, oltre ad altre problematiche tipiche della cultura e della società partenopea.
Il filo conduttore di tutto l’album è la ricerca di autenticità in un mondo che spesso preferisce l’apparenza alla sostanza. Ogni traccia si distingue per la sua capacità di trasmettere emozioni forti attraverso la musica e le parole, creando una fusione unica che riflette l’intersezione tra il passato e il presente, tra l’autenticità culturale e le sfide di una società in continua evoluzione.
Ciao Leo, come stai? Ti chiedo subito, cosa vuol dire ‘Unsapiens‘?
«Ti dico subito che sono appassionato di antropologia, non riesco a scrivere nulla che non sia di protesta, alla fine ti rendi conto che nella musica e nell’arte bisogna occuparsi di cose importanti, ho voluto raccontare la stupidità dell’essere umano. Ho inserito un discorso di Telmo Pievani, un filosofo italiano specializzato in evoluzione, lavora al museo di New York, i suoi podcast sono fantastici, ho incluso un suo discorso, sì, siamo unsapiens, ma abbiamo una responsabilità, quello di cambiare il corso delle cose, noi western europei abbiamo una grande responsabilità, e inconcepibile che ci facciamo governare da personaggi come Trump oppure da una Meloni, loro hanno una visione limitata del mondo.
Tutta la nostra visione culturalmente è da bianchi europei ed è sbagliato. Sì, è vero, siamo dei privilegiati, siamo stati in una culla d’oro. Io ho la fortuna di essere indipendente, per questo posso dire queste cose, questo è quello che succede nel mondo. Il titolo “Unsapiens” allude alla controversia dell’essere umano, mettendo in discussione le sue scelte e il suo impatto sulla società e sul pianeta. Ho creato ‘Unsapiens’ per esplorare le contraddizioni della società moderna e per valorizzare la mia cultura napoletana. Attraverso la mia musica voglio trasmettere emozioni forti e invitare a riflettere sull’autenticità e sulla sostanza in un mondo che spesso privilegia l’apparenza.»
Qual è il tuo modo di scrivere?
«Io credo sia molto più facile scrivere dei testi in napoletano che in italiano, scrivere dei testi in napoletano è più semplice, molte parole finiscono con le consonanti che con le vocali, così come in inglese. L’idea era di scrivere un disco in italiano, ma il mio estro mi ha portato a scriverlo in napoletano. Quando si esce dal proprio paese si vedono le cose con più oggettività. Mi sono reso conto stando a Londra che la mia prima lingua è il napoletano.»
“La musica è libertà, è questo il bello della musica indipendente“, interessante questa frase che chiude il brano ‘L’artista impiegato‘.
«Succede che molti artisti facciano anche un altro lavoro oltre che i musicisti, la vita dell’artista è così, devi pagare l’affitto di casa, può succedere che l’artista che arriva a vivere di musica in qualche modo entri in un sistema e si stacca dalla realtà, chi fa l’artista indipendente può permettersi di dire come vanno le cose senza filtri. Io sono un insegnante, mi reputo fortunato perché vivo una vita reale nel contesto della scuola pubblica. Noi abbiamo una responsabilità nei confronti delle muove generazioni, tutti gli artisti si dovrebbero sporcare le mani e non perdere il contatto con la realtà. Io insegno qui a Londra matematica in spagnolo, vissuto in argentina per vari anni, insegno anche spagnolo e lingua inglese.»
Qual è la percezione che si ha dell’Italia dall’estero?
«In generale la percezione dell’immigrazione è vista con una accezione negativa, sequestrano persone che hanno i documenti in regola, qui c’è una islamofobia che mi lascia allibito, però qui mi sento fortunato perché noi italiani siamo visti come una risorsa “simpatica”, di buon cuore, noi siamo ben accolti all’estero.»
Come nasce una tua canzone?
«Ti dirò, ci sono momenti in cui sono ispirato e momenti in cui non riesco a scrivere niente, i primi anni non ho avuto bisogno di scrivere. Quando ti metti a scrivere musica hai quel tipo di adrenalina che ti dà lo sport. Comunque tutto nasce dall’ascolto, viene anche dallo studio, sì, dalla mia tradizione jazz, io non sono un jazz improviser ma ho ascoltato tanto jazz tradizionale, ne sono orgoglioso ma mi sono reso conto che il mio contesto musicale è altro. In quando scrivo un brano parto dalla musica, è un processo random, sono importanti le live session».
Ti immagino nelle sale di registrazioni inglesi…
«Ti farò cadere un mito, gli album indipendenti sono fatti a casa. Oggi il mezzo tecnologico è talmente potente che fare un prodotto distinto anche senza bisogno di andare in sala di registrazione. Se lavori a casa, hai la possibilità di personalizzare il tuo studio, di approfondire una ricerca personale».
Hai trattato tanti temi all’interno del tuo lavoro discografico, qual è quello che ti sta più a cuore in questo momento?
«Ci sono tante cose che mi stanno a cuore, la società umana, parlo sempre dal punto di vista western europeo, credo che dobbiamo rivedere il capitalismo, siamo ossessionati dal lavoro. Se non lavoro, devo sempre fare qualcosa, credo che questa società non funziona più. È una corsa continua per pagare le vacanze e qualunque cosa, i nostri figli hanno bisogno di noi. I nostri bambini non hanno bisogno dei nostri soldi, ma del nostro tempo, penso che l’obiettivo sia rendere la vita più umana. Abbiamo perso il contatto con la natura, se cambiassimo sistema, ci sarebbe molti meno problemi di salute mentale, avremmo una vita migliore. La mente umana si abitua a tutto, noi dobbiamo cambiare lo stato delle cose».






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